Iconocromie

"L’immagine del colore"
Tra i testi di maggior riferimento si riporta lo scritto di Toni Toniato


"Il Centro del Centro", 2010
olio su tela, cm 50 x 50

"Enigma", 2010
tecnica mista su tela, cm 50 x 70

"Forze luminose", 2010
tecnica mista su tela, cm 30 x 30

"Iridescenze", 2010
olio su tela, cm 83 x 63

"Luoghi d'Oltre", 2011
tecnica mista su tela, cm 50 x 70

"Fonte di Energia Primaria", 2011
tecnica mista su tela, diametro cm 70

"Vortice di Energia Primaria", 2011
tecnica mista su tela, cm 50 x 50

"Multiverso", 2011
olio su tela, diametro cm 70

"Universi paralleli", 2011
olio e acrilico su tela, cm 50 x 70

"Multiverso", 2012
tecnica mista su tela, cm 50 x 70

"Multiverso", 2012
olio su tela, cm 70 x 100

"Iconocromie", 2013
olio e acrilico su tela, cm 70 x 100

"Iconocromie", 2013
olio su tela, cm 70 x 100

"Iconocromie", 2013
olio e acrilico su tela, cm 70 x 120

"Iconocromie-Multiversi", 2013
olio e acrilico su tela, cm 130 x 130
Iconocromie

L'essenziale invisibile agli occhi
ma non all'anima.

Plotino

Questo nuovo ciclo di dipinti di Rosario Tornatore - benché stilisticamente coerente rispetto alle sue precedenti elaborazioni espressive – mostra da subito un cambio di rotta nel dispiegare una modalita di astrazione in termini ora volti a configurare la superficie, quantunque bidimensionale del quadro, come luogo di simultanei e molteplici accadimenti spaziali nei quali le forme più essenziali della geometria, il cubo e la sfera, dialogano in una concatenata proiezione di fenomeni plastici e di energie cromatiche costituenti una rete di plurime interferenze luminose, anzi di un sistema molecolare di strutture della materia luminosa che pervade gli universi immaginari della sue stupefacenti visioni cosmologiche. Tornatore continua dunque a cercare di costruire dei mondi possibili, forse non esistenti in realtà, certamente non visibili o, meglio, resi tali soltanto dall’ingegnosa sapienza dell’artista e dalla sua sensibilità di tradurne con i mezzi esclusivi della pittura le indicibili metamorfosi in un dinamismo nucleare in apparenza complesso ma in sostanza regolato da principi elementari e comuni. Un dinamismo appunto vitale e quindi libero di farsi “icona” di sé, di quella luce ordinatrice che ne costituisce il fondamento attorno al quale ruota ogni determinato “disegno”, ogni “prospettiva” della sua ipoetica o calcolata definizione formale. Ma nessuna linea e nessun colore possono davvero racchiuderlo e meno ancora farne oggetto, sia pure simbolico, di “rappresentazione”.
Per Tornatore il mondo superiore della luce, non di quella fisica, atmosferica, rientra in quella natura trascendente della creazione e si rispecchia in modo altrettanto ineffabile nelle architetture iridate di questi labirinti geometrici, di questi infinite tarsie cromatiche, che mostrano di poterne custodire o comunque di evocarne qualche aspetto del suo originario segreto. Tornatore si è posto un compito alquanto esigente, anzi a tale riguardo davvero temerario, quello cioè di aprire lo sguardo su orizzonti che non hanno confini, ma su questa strada è ben consapevole di avventurarsi nella direzione di una problematica figurativa che non pretende verifiche empiriche, ma che si affida alle piste più estreme della propria acuminata interiorità. Quindi egli sonda abissi visionari e fa affiorare sulle tele immagini altrettanto conformi ma finora inaudite, basandosi su istanze non diverse da quelle che hanno accompagnato le ultime “astrazioni” di Mondrian, facendo proprio lo stesso rigore cartesiano, che qui viene incredibilmente a fondersi con le erranze liriche della concezione spiritualistica di Kandinsky, ne ribadisce la stessa libertà di ideazione formale, arrivando a ricomporre una sinfonia visiva delle sonorità cromatiche di quel motore luminoso che si espande e si riflette nelle partiture geometriche di queste nuove composizioni.
Prevale lo stesso principio operativo nella dinamica delle strutture formali poste in essere dall’artista e che quindi mette in immagine attraverso la determinazione di progressive relazioni e conseguenti varianti dei medesimi elementi geometrici - dei riquadri ortogonali o sferici - e delle iridescenti griglie cromatiche, delle sequenze ritmiche graduate o alternate secondo auree proporzioni, nonché delle scale timbriche talvolta persino eccedenti dai loro codificati registri, giacché impreviste ed imprevedibili; tutto però concorre potenzialmente a trasformare la bidimensionalità della superficie in una spazialità indefinita, ossia a farsi spazio mutevole la stessa architettura della luce spaziale, di una luce appunto cosmica.
Se ne può addirittura cogliere l’effetto sull’immediato riscontro visivo: quelle forme e quei colori sembrano allo stesso tempo avanzare verso lo spettatore ed insieme allontanarsi in fughe e proiezioni ulteriori, ugualmente imminenti, parimenti incatturabili. Tuttavia a Tornatore non interessa ricalcare la fenomenica di una mera oggettività percettiva e meno ancora introdurre spaesanti perturbazioni ottiche, ma semmai rendere più chiaro e trasparente il processo della sua messa in “opera” dell’immagine, di un’immagine di quella realtà invisibile che opera nell’opera come la sua presenza più incomparabile.

Toni Toniato

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