L’arte di Rosario Tornatore

Alluvione “Sensazione di una Realtà”, 1964
olio su tela, cm 100 x 200


“La Tempesta”, 1964
olio su tela, cm 100 x 200


Muncibèddu "Etna",1964
olio su tela, cm 80 x 100


“Pont des arts - Paris ”, 1967
olio su tela, cm 45 x 60


“Percezione Spazio Tempo”, 1969
acquaforte+acquatinta su zinco, cm 25 x 25


“Struttura Dimensione”, 1977
olio+rilievo in legno di balsa, cm 80 x 60


“ Analogie Visibili”, 1982
olio su tela, cm 30 x 35


“Impenetrabile e Nascosto”, 1982
olio su tela, cm 60 x 50


Manifesto in occasione di
“ Giornate Belliniane”, Catania 1988
bozzetto a tempera, cm 55 x 35


“ Il Vicino e il Lontano” Primordi, 1985
olio su tela, cm 100 x 70

L’arte, soprattutto la pittura, è una passione innata, istintiva in Rosario Tornatore per il quale gli studi accademici e universitari sono stati un pretesto formativo-culturale e un approfondimento della conoscenza delle tecniche, mentre non hanno intaccato o condizionato la sua personalità e le sue inclinazioni già ben definite nella sua natura stessa, nonché l’idealità espressiva colta in embrione e maturata nel tempo.
Gli anni Sessanta rappresentano il periodo caratterizzato dalle numerose influenze esterne, provenienti dai vivaci ambienti artistici delle capitali europee dove l’artista ha soggiornato, studiato e lavorato.
Egli lavora in una sua dimensione, alla lezione di altre esperienze e riguardando la complessa valenza d’una memoria, senza la quale l’attualità non è concepibile, giungendo ad esiti che gli sono singolarmente propri.
Il colore si scalda, tende alle tonalità forti, ai bruni e a certe tenui luci sfrangiate. In una precisa ritmica di forme, a loro volta e come sempre, contenenti e svelanti dichiarativi segni di eco.

Tra tutti gli artisti incontrati è sicuramente Picasso a lasciare un segno esaltante, profondo e indelebile nell’animo di Tornatore. Questi, nell’esaminare con la sua proverbiale gravosità i disegni e i guazzi di Tornatore, tra le altre cose ebbe a dire che la sua pittura era vera e che non cercava di scimmiottare altri artisti, maestri in voga all’epoca, nemmeno lui. Gli disse di non seguire l’esempio di tanti giovani che pretendevano di imitare le sue opere senza aver mai imparato a dipingere come i maestri del Rinascimento, ma di proseguire nella sua ricerca già così ben indirizzata verso la “luce del colore”.

Un altro importante incontro, avvenuto sempre a Parigi, è quello con il pittore Koler Samos, il quale giunto da poco nella capitale francese, dopo aver abbandonato la direzione dell’Accademia di Praga per motivi politici, gli organizza una personale presso la Galleria Carpentier; lo stesso Koler Samos nella presentazione per il catalogo sottolinea: “… al contrario dei pittori Fiamminghi, che scesero al Sud per impadronirsi della solarità nelle cromie altrimenti buie ed inquietanti, Tornatore, già naturalmente padrone della luce mediterranea, cerca al Nord i toni velati e soffusi, quasi catturanti e velanti la luminosità”.

Nel 1970 l’artista è attratto dall’ambiente artistico di una delle città italiane culturalmente più rappresentative, qual è Venezia, e decide di trasferirvisi per frequentare il Centro Internazionale della Grafica, dove le sue opere rimarranno esposte in permanenza.
Questo soggiorno gli consente di stringere amicizie di notevole importanza per la sua sensibilità artistica , tra cui i pittori Virgilio Guidi e Leone Minassian, i critici Toni Toniato, Giuseppe Marchiori, Enrico Buda, Silvio Branzi, Enzo Di Martino e Umbro Apollonio.

L’arte di Tornatore “prima maniera”, dunque, si concretizza attraverso forme figurative che si ricollegano all’espressionismo storico, pretesto per esternare le Sue sensazioni emotive ed i messaggi di carattere spirituale.


Nel 1965, trasferitosi da Roma, città in cui aveva studiato e soggiornato per lungo periodo, a Parigi , dove vi rimarrà fino al 1970, continua ad esprimersi con stile espressionistico ed i soggetti ispiratori sono la città stessa, i ponti, le strade, le case, la campagna francese.


A poco a poco, queste forme mutano e diventano meno soggettive, quali quelle della Nuova Figurazione. Il Suo messaggio fatto di immagini e di sensazioni, non può che rispecchiare prevalentemente il mondo con le problematiche sociali che lo caratterizzano in quel periodo: siamo nel pieno del ’68.

È così che nelle sue composizioni l’elemento figurale va rimpicciolendosi sempre più, fino a scomparire completamente per fare posto a composizioni geometriche ottico-psicologiche.


Conseguentemente l’esperienza astratta fa emergere l’essenziale problematicità dell’artista. Forme, colori, partiture, inventiva e l’opzione per una valenza simbolica d'orchestrazione di significati, lo conducono ad un fondamentale guardare e guardarsi dentro. Come se quelle verità e realtà altro non fossero – e non sono, per lui – che la riemersione di un processo di analisi e di sedimentazione. Si tratta, ora, di un discorrere di spazialità; e sarà memoria destinata a non sfumarsi nel corso degli anni, anzi, le scansioni ritmate e ascendenti, unite ai colori accesi, mediterranei, anticipano le strutture organizzate in architetture natural-gotiche delle opere degli anni successivi.


Tra il 1979 e il 1983 l’astratto ritorna verso forme meno geometriche e strutturali per assumere movimenti che, via via, cominciano a fare emergere ed a ricordare i motivi figurativi.
Naturalmente l’esperienza dell’astrattismo è presente nelle stesure e nelle gradazioni di colore che assumono una ricerca della cromaticità caratterizzante i lavori di questo periodo.
Il colore assurge ad elemento primario, essenziale per la ricerca e, contemporaneamente, per l’espressione psicologica e simbolica; diviene pretesto per la creazione di armonie e di piante surreali luminose; intrecci di canne che emergono dalle acque… simbolo primordiale di vita.
L’espressione pittorica degli anni Ottanta riprende il periodo figurativo, il quale non è più espressionistico, infatti và verso il surreale ed il fantastico; il mezzo espressivo è un suo stile personale emerso sempre come bisogno di esprimere determinati messaggi che sono simbolici ed esoterici; in essa è la metamorfosi, la crescita graduale, la ricerca costante della perfezione interiore.


Gli studi e l’esperienza di scenografo, acquisiti negli anni Sessanta a Roma e successivamente a Parigi e Catania, riemergono nella creazione delle opere pittoriche apportando notevole significato nell’organizzazione degli spazi in cui la tridimensionalità plastica conduce ad un sottinteso che potrà a suo modo dirsi esistenziale.


Questo decennio è particolarmente significativo per l’opera di Tornatore; sono anni in cui l’artista lavora alacremente e le sue creazioni affrontano continue trasformazioni, come sollecitate da una frenesia insaziabile tesa a sconfinare oltre il sensibile e a raggiungere luoghi umanamente e fisicamente irraggiungibili.


Si riscontra una sorta di figuratività estremamente lontana da quella classica. Da qui si avvia certa concezione totalizzante dello spazio, formulandosi per quelle cadenze le quali individuano ed indicano l’esistenza d’una costruzione che, in un futuro prossimo, sarà portante nell’immagine e nell’immaginario del pittore. Il linguaggio diventa propriamente simbolico ed in alcuni casi con riferimenti espliciti, mentre in altri dipinti prelude già ad una sorta di ermetismo.
L’apparenza dell’immagine si disgrega per essere sostituita, attraverso un’indagine accurata, dalla composizione scandita da segni.
Segni per i quali non sarà azzardato del tutto ipotizzare il permanere, nella spiritualità di Tornatore, di un’intima coscienza che giunge, per sue vie, all’ipotesi d’una realtà, benché rastremata. Una realtà che non vive se non per un’assoluta soggettività e che, essendo tale, tutto giunge a trasformare e riassumere in evocazione davvero e precisamente simbolica, introducendo analisi che volgono le proprie potenzialità alle suggestioni d’una verità. E ciò perché fin nelle immagini maggiormente autonome (intendiamo autosufficienti quando non addirittura criptiche) sembra che sempre esista una sorta di sottesa relazione ad un vero possibile.


Tuttavia, l’opera di Rosario Tornatore è fruibile dal pubblico, con qualsiasi tecnica essa venga realizzata, ed è il frutto maturato di una assorta introspezione. Per tale motivo l’artista sente l’esigenza di isolarsi spesso dal resto del mondo; per ascoltare la sua voce interiore e darle corpo, forma, colore; per delineare simboli e messaggi che il frastuono mondano copre; per indagare nella profondità della sua anima e captarne ogni sfumatura delle emozioni, dei sentimenti, delle sensazioni.


Sono gli anni Novanta che vedono nel lavoro di Rosario Tornatore l’avvento di una nuova e definitiva affermazione del proprio idioma pittorico, ancora suscettibile a trasformazioni e verso la ricerca di una perfezione formale e cromatica.
Ne conseguono immagini che vivono per una propria sintassi e che anche testimoniano una sorta di effusione timbrica, sempre più incisiva e personale.


“ La Sapienza Santa”, 1995
olio su tela, cm 100 x 70

“Favole di RealtÓ Metafisiche”, 1999
acquerello, cm 76 x 56


“ Vibrazioni Magnetiche”, 2002
tecnica mista su tela, cm 122 x 122
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